La Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo (condannato in primo grado al pagamento di un’ammenda) perché responsabile di “molestie” nei confronti di un’amica alla quale effettuava numerose chiamate anonime nel corso del giorno e della notte.
L’uomo era già stato condannato in precedenza per fatti analoghi ed è stato riconosciuto grazie ai tabulati telefonici che ha presentato la vittima che si è detta impaurita da tali avvenimenti.
Per la Cassazione, quindi, anche i semplici squilli se effettuati in determinate circostanze idonee a cagionare un turbamento nella vittima, possono essere considerati reato.
Lo stato di inquietudine della vittima (durante gli avvenimenti e durante la deposizione), il numero enorme delle telefonate, il fatto che l’accusato non fosse nuovo a tale condotta sono i punti cardine che hanno indotto la Cassazione a confermare quanto già avvenuto in primo grado.
L’uomo ha provato a giustificarsi affermando che l’atto in questione fosse solo uno scherzo tra amici. La stessa vittima si era tranquillizzata dopo aver scoperto (tramite indagini) chi fosse il molestatore.
La Cassazione ha però confermato la condanna affermando che il tribunale ha correttamente applicato la legge nel primo esame.

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